La squadra di volontari di Ibm

Vi proponiamo l'intervista di Wired ad Angelo Failla, direttore della Fondazione Ibm Italia, sui loro progetti di volontariato di impresa 

"C'è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti", sosteneva Henry Ford all'inizio della sua fortunata avventura industriale. La Fondazione Ibm Italia lavora con lo stesso presupposto, creando vantaggi per tutti i soggetti che riunisce intorno ai suoi progetti: gli enti con cui collabora, che hanno a disposizione il know how e le tecnologia di Ibm, i lavoratori della stessa azienda, che da queste attività ricevono stimoli e gratificazioni, e anche Ibm stessa, visto dalle collaborazioni con associazioni, istituzioni e enti non profit possono nascere interessanti competenze utili anche nel segmento business. La Fondazione Ibm Italia è operativa da quasi 25 anni: "All'inizio con un'attenzione specifica sui temi legati all'uso della tecnologia nelle organizzazioni complesse, come si diceva in quel periodo", spiega il direttore Angelo Failla.

"Nel corso degli anni c'è stata un'evoluzione che ci ha portato, oggi, a lavorare su quattro direttrici fondamentali: l'infrastruttura tecnologica in relazione ai sistemi socio-organizzativi, l'uso delle tecnologia nei processi di insegnamento e apprendimento, i beni culturali, che negli ultimi anni sono andati convergendo verso il tema delle smart cities, e la responsabilità sociale di impresa". Dei 7 mila dipendenti italiani di Ibm, quasi 2 mila sono iscritti alla On Demand Community, il serbatoio di volontari che, occasionalmente o in modo continuativo, sono impegnati in progetti di volontariato.

Come mai Ibm Italia ha una fondazione propria?
"Alla fine degli anni 80 il management italiano di Ibm aveva visto in una Fondazione lo strumento ideale per contribuire a risolvere problematiche organizzative fornendo contributi di conoscenza, soprattutto nel rapporto tra tecnologia e sistemi socio-organizzativi. Ma la peculiarità italiana è nel grande patrimonio culturale del nostro Paese, la cui valorizzazione è stata fin dalla prima ora una priorità per la Fondazione Ibm".

Come lavora la Fondazione?
"Siamo una fondazione operativa, vuol dire che a differenza di molte altre fondazioni d'impresa, attive solo sotto il profilo erogativo, noi sviluppiamo direttamente i progetti, ovviamente in collaborazione con i nostri partner. Questo per due motivi. Innanzitutto perché in questo modo possiamo mettere a disposizione le nostre competenze e le cose che riteniamo di sapere fare meglio. Inoltre, grazie al lavoro a stretto contatto con enti, istituzioni e associazioni, oltre a trasferire il nostro know how, abbiamo anche l'opportunità di sviluppare nuove conoscenze. Per questa ragione privilegiamo il coinvolgimento diretto delle persone che lavorano in Ibm – noi le chiamiamo Ibmer – e di quelle del partner, in tutte le fasi del progetto, dalla pianificazione allo sviluppo fino all'elaborazione dei risultati".

Quali caratteristiche hanno i vostri progetti?
"Noi cerchiamo di dare la priorità a modelli che possano essere replicabili. Ci interessa verificare se particolari soluzioni, che magari non sono state ancora testate, ma rispondono a bisogni specifici dei nostri partner, possano diventare un patrimonio allargato, cioè a disposizione del numero più ampio possibile di enti e associazioni".

Partecipazione e competenze sono le parole chiave degli "Ibmer" che partecipano a progetto di volontariato d'impresa. Che ritorno ne hanno?
"L'aspetto più impattante di queste attività è senz'altro il coinvolgimento con le comunità in cui Ibm è presente, vale a dire scuole, organizzazioni non profit, istituzioni culturali. Il segreto di questo coinvolgimento è un reciproco arricchimento: i nostri partner traggono vantaggio dal know how che gli viene trasferito, ma anche i volontari, vedendo valorizzate le proprie competenze anche in un ambito che non è quello professionale, hanno una migliore percezione di sé. Senza contare, naturalmente, la motivazione personale".

E Ibm?
"Certo, ci guadagna anche Ibm perché dalla collaborazione con realtà così diverse le opportunità di nuove conoscenza sono altissime. Modellando le nostre tecnologie sulle esigenze dei partner impariamo a conoscerne tutte le potenzialità. O addirittura ne scopriamo di nuove. Faccio un esempio: quasi 20 anni fa Ibm portò avanti un progetto in collaborazione con uno storico dell'arte americano, il professor Jack Wasserman, sulla Pietà del Michelangelo. Wasserman aveva una teoria sul perché l'opera avesse dimensioni scarsamente armoniose, ma per approfondire il suo studio aveva bisogno di un modello 3D. Oggi sarebbe possibile farlo senza problemi, allora invece un team di tecnici ci lavorò per diversi mesi. Al termine non solo fu possibile dare al professor Wasserman il suo modello 3D ma la tecnologia sviluppata fu ulteriormente approfondita per mettere a punto un sistema per scansionare oggetti di grandi dimensioni. Nel giro di poco tempo Ibm aveva sviluppato competenze avanzatissime nel campo della scansione tridimensionale".

Quali sono le competenze delle persone coinvolte nei progetti della Fondazione Ibm?
"Le competenze, ovviamente, sono quelle direttamente legate alla tecnologia, che è nel dna della nostra azienda. Molte delle azioni di volontariato sono mirate al miglioramento dell'infrastruttura digitale del nostro partner. Non solo, però. La nostra è un'impresa complessa e come tale può offrire competenze di altissimo livello anche nel project management, nell'organizzazione delle risorse umane o nello sviluppo di un piano di marketing. Poi, ovviamente, per aiutare realtà del Terzo Settore a crescere, rafforzarsi, diventare sempre più efficienti, in molti casi si possono usare le stesse tecnologie che solitamente vengono fornite alle aziende, Analytics, Cloud e Social in primis".

Ma di quante persone stiamo parlando?
"I lavoratori Ibm iscritti all'On Demand Community sono circa 1.900. Non tutti questi, ovviamente, fanno volontariato con la stessa intensità. C'è un nucleo forte di circa 250-300 persone che è molto impegnato in questo genere di progetti e, nel corso dell'anno, porta avanti attività di volontariato con grande assiduità. Poi ci sono i saltuari, quelli che la svolgono in circostanza particolari, magari verso la fine dell'anno quando molte realtà no profit concentrano le proprie attività di fund rasing, E poi ci sono gli occasionali, che partecipano a progetti di volontariato quando sono chiamati in causa per specifiche problematiche".

Quali sono i vantaggi a iscriversi alla On Demand Community?
"Chi ne fa parte può sfruttare per le proprie attività di volontariato una cinquantina di Activity Kit, vale a dire strumenti di progettazione, analisi, formazione e comunicazione, messi a punto nel corso di precedenti progetti. Per questa ragione, come dicevo prima, diamo la precedenza ad attività che possano essere facilmente replicabili. Un aspetto interessante del volontariato d'impresa in Ibm è che, raggiunto un certo numero di ore, la persona può chiedere l'erogazione di un Grant, vale a dire un contributo economico, a favore dell'ente presso il quale ha svolto il proprio lavoro come volontario".

Oltre al volontariato d'impresa, ci sono i progetti gestititi direttamente dalla Fondazione Ibm. Perché?
"Perché ci sono alcune problematiche centrali per lo sviluppo del Terzo Settore su cui Ibm ha ritenuto opportuno muoversi direttamente. Questo programma, che si chiama Services Grant, è un'attività del tutto complementare a quella portata avanti dai lavoratori Ibm. In questo caso la dinamica è molto simile a quella che avviene nelle realtà business: i consulenti di Ibm studiano le esigenze dei partner come se fosse quelle di un'azienda cliente, con l'obiettivo di offrire la soluzione tecnologica più adatta. Per esempio, l'Activity Kit relativo al project management può funzionare per organizzazioni di dimensioni medio-piccole ma se il partner ha bisogno di una consulenza più strutturata è la Fondazione che si muove direttamente".

Qualche esempio di questi Services Grants?
"Abbiamo collaborato con molte associazioni e in diversi settori. Sul project management, per esempio, abbiamo offerto Service Grants sotto forma di workshop professionali all'Associazione Italiana Sclerosi Multipla, all'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro e all'associazione Libera contro le mafie. Abbiamo aiutato la Lega del filo d'oro e Medici senza frontiere a crescere sul fronte del fund raising, sfruttando le nostre soluzioni di Analytics. E, nell'ambito di questi Services Grants, abbiamo lavorato anche con Save the children, Dynamo Camp, Terres des Homme".

Fonte: Wired

Vedi anche www.fondazioneibm.it 

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