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Economia sociale: in Italia 380 mila organizzazioni e un valore aggiunto di 49 miliardi

Presentata la ricerca di Istat e Euricse che torna a sottolineare il peso di volontari e organizzazioni non profit nel nostro paese. Borzaga: “serve visione complessiva della rilevanza e diffusione delle organizzazioni centrate sulle persone e gestite di conseguenza” 

La pandemia da Covid-19 ha contribuito a mettere in luce l’importanza delle organizzazioni non profit nel nostro paese, che quotidianamente alimentano il tessuto relazionale ma anche economico delle comunità. Proprio durante la fase più acuta della crisi sanitaria, quando molti enti, con operatori e volontari, sono stati costretti ad interrompere o rimodulare attività e servizi, ci si è resi conto del ruolo fondamentale che svolgono, spesso dietro le quinte. Oggi il rapporto di ricerca presentato da Istat e Euricse torna a sottolineare il peso dell’economia sociale in Italia, a partire dai dati statistici e tratteggiandone le dimensioni e le caratteristiche principali.

L’indagine, basata sui dati 2015-2017, segue il primo rapporto pubblicato due anni fa, che ha riguardato la sola componente delle imprese cooperative. Parlando ora in termini complessivi, questa analisi evidenzia che entro i confini dell’economia sociale in Italia si muovono quasi 380 mila organizzazioni per un valore aggiunto complessivo di oltre 49 miliardi di euro, 1,52 milioni di addetti e più di 5,5 milioni di volontari. Tre su quattro delle organizzazioni sono costituite in forma di associazione, ma sono le cooperative a impiegare oltre i tre quarti degli addetti e a contribuire maggiormente al valore aggiunto, con una quota vicina al 60%.

Le organizzazioni dell’economia sociale sono più numerose negli ambiti delle attività artistiche, sportive e di intrattenimento (37%), ma i settori più rilevanti dal punto di vista economico e dell’occupazione sono quelli dell’istruzione – con una quota in termini sia di valore aggiunto che di addetti che nel comparto privato supera il 60% – e della sanità e dell’assistenza sociale (35,9% del valore aggiunto, 45,1% degli addetti sempre del settore privato).

A livello geografico, è la Lombardia ad avere una maggiore concentrazione di organizzazioni dell’economia sociale, oltre il 15% di tutto il Paese con il 22% del valore aggiunto. Se si guarda al contributo economico, in seconda posizione c’è l’Emilia-Romagna, con l’8% delle organizzazioni e il 15% del valore aggiunto.

L’85,5% delle istituzioni dell’economia sociale è finanziata da fonti private: in controtendenza le organizzazioni della sanità che si appoggiano invece per la metà dei loro introiti alla pubblica amministrazione.

I dipendenti di associazioni, cooperative, mutue, fondazioni e altre istituzioni non profit sono in maggioranza donne (57,2%) e in media con un livello di istruzione superiore dei colleghi che lavorano nelle altre imprese: la percentuale di laureati è infatti del 21,4% contro il 14,6% di chi lavora nelle imprese tradizionali. Molto diffuso è il part-time: il 45,9% dei dipendenti delle organizzazioni di economia sociale è a tempo parziale contro il 26,8% delle altre imprese: un’incidenza che può essere spiegata con il maggior peso della componente femminile e la concentrazione in determinate categorie economiche.

Dal 2015 al 2017, il numero di organizzazioni dell’economia sociale è aumentato del 4,2%, così come è cresciuto il numero di dipendenti (+3,5%). La crescita numerica maggiore si è registrata nel Sud, con in testa il Molise (+14,1%) mentre, guardando ai settori di attività, l’aumento più sensibile è nell’ambito dell’istruzione (+16,2%) e della cultura e sport (+13,6%).

Alla presentazione della ricerca, che si è tenuta on line l’11 maggio, è intervenuto il presidente di Euricse, Carlo Borzaga, che ha detto: “Oggi serve una visione complessiva della rilevanza e della diffusione di tutte le organizzazioni centrate sulle persone e gestite di conseguenza. È fondamentale – ha aggiunto – soprattutto in questo momento in cui è necessario alleviare le sofferenze sociali e contestualmente rilanciare l’economia, anche attraverso la messa a terra di molti dei progetti del Pnrr dove, anche se il Piano non lo prevede in modo esplicito, le organizzazioni dell’economia sociale avranno un ruolo determinate”.

"Mettere a terra questo rapporto è l'inizio di un percorso importante, - ha detto invece Laura Castelli, vice ministra dell’Economia e delle Finanze intervenendo all’evento – perché è solo grazie ai dati, anche con il conto satellite ad hoc che abbiamo chiesto ad Istat di realizzare, e con un nuovo ecosistema di strumenti finanziari, che come Ministero dell’Economia e delle Finanze intendiamo promuovere, che riusciremo a mettere in piedi un sistema di policy dedicato. Rientrano in questa logica la finanza d’impatto ed i social bond, su cui dobbiamo necessariamente fare presto. L’Italia, - ha sottolineato - come hanno già fatto altri paesi e l'Europa stessa, ha messo l’economia sociale nell’agenda per la ripresa. È un settore fondamentale, che deve poter contare sugli strumenti giusti".

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