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Il volontariato del nuovo millennio? Meno militante, più attento ai risultati

Il nuovo libro di Renato Frisanco ripercorre la parabola dell’impegno sociale gratuito dagli anni 70 ad oggi. Fiaccato dal neoliberismo e da varie crisi, stretto tra il potere politico e quello economico, il fenomeno cambia pelle, ma mantiene una sua vitalità 

di Paola Springhetti

Il salto qualitativo del “volontariato postmoderno” è quello di passare da una “doverosità del gratuito”, che caratterizzava l’impegno militante, ad una “gratuità del doveroso”, alla portata di cittadini “adulti”, cioè responsabili. È la conclusione a cui giunge Renato Frisanco, nel libro “Il volontariato del nuovo millennio”, che ha curato per l’Associazione Luciano Tavazza (edizioni Rosso Fisso 2021). Una conclusione che rilancia parole di Tavazza, la cui visione, a vent’anni dalla scomparsa, resta di estrema attualità. 

Per fare il punto sul volontariato degli ultimi anni, Frisanco adotta una prospettiva storica e ripercorre le tappe principali dello sviluppo del volontariato “moderno”, che prese forma a metà degli anni settanta del novecento, attorno ad un’idea centrale: il rifiuto di essere “barellieri della storia” per impegnarsi piuttosto ad affrontare e rimuovere le cause delle povertà. Proprio per questo il volontariato si andava organizzando, trovando nella forma associativa uno strumento per superare la dimensione “caritatevole” dell’impegno per gli altri.

Ma già a fine secolo Tavazza, come del resto Giovanni Nervo e altri padri fondatori del volontariato moderno, vedevano i segni di una crisi incombente: «la crisi dell’etica della solidarietà, il prevalere della visione neo-liberista ed economicistica della globalizzazione, che sta tentando di sommergere e inquinare anche il mondo del volontariato», scriveva.

In quegli anni il neoliberismo dava vita a quel “capitalismo distruttivo” che ha approfondito le disuguaglianze, ridimensionato drasticamente il welfare, creato precariato e insicurezza, sostituito i diritti con le opportunità. Un capitalismo con cui ci confrontiamo ancora oggi.

Il nuovo secolo si è aperto con segnali positivi: la legge 328/2000 (Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali); la riforma del titolo V della Costituzione nel 2001, con l’introduzione del concetto di sussidiarietà e con la definitiva legittimazione dei soggetti che operano per “l’interesse generale”; la Carta dei Valori del volontariato, nel 2000, per ribadirne l’identità e la differenza rispetto ad altre tipologie di enti non profit; l’Anno internazionale del volontariato del 2001, la strutturazione dei Centri di Servizio per il volontariato. È la stagione in cui si comincia a ragionare attorno ad un diverso rapporto tra volontariato e pubblica amministrazione: un rapporto più paritario e trasparente, che punta alla co-progettazione e all’amministrazione condivisa. 

 

La copertina del libro di Renato Frisanco
La copertina del libro di Renato Frisanco

 

Tutto questo in un contesto che, però, vedeva l’impegno pubblico nel sociale ridimensionarsi e la conseguente tendenza a delegare gli interventi al volontariato e alla beneficenza. Vedeva anche la chiusura della Fondazione italiana per il volontariato, poi dell’Agenzia per il terzo settore, dell’Osservatorio nazionale del volontariato, le difficoltà delle reti come il Movi, la Convol o la Conferenza nazionale volontariato e giustizia. E la crisi in generale dei tavoli di partecipazione, delle consulte, mentre i Piani di zona faticavano a decollare e il volontariato non riusciva a risolvere un problema di fondo: quello di darsi una rappresentanza.

Nel 2016 arriva l’auspicata riforma del terzo settore, che però, scrive Frisanco, considera il volontariato «un soggetto marginale», che «viene valorizzato più per la disponibilità di singole persone che per il ruolo delle organizzazioni solidaristiche». E «guarda al terzo settore soprattutto come a un giacimento occupazionale e principale stampella del welfare, nel frattempo alquanto impoverito». Anche il volontariato, del resto, è andato istituzionalizzandosi e professionalizzandosi, un po’ dimenticando la propria funzione di advocacy e il proprio ruolo politico.

Sono anni complicati, gli anni 2000, segnati come dicevamo dal neoliberismo, dalla crisi del welfare, da quella economica, da quella demografica, da quella delle rappresentanze e delle appartenenze, dalla retorica della sicurezza, dalla personalizzazione della politica e dal populismo che conquista spazi sempre nuovi ed erode valori prima riconosciuti. Tutte cose che convergono nel mettere in crisi i legami sociali e l’esperienza della comunità sui territori. In questi anni duemila, scrive Giuseppe Cotturri nella postfazione, c’è stata una «azione conservativa e restaurativa», che «ha avuto l’esito (e l’intenzione) di contenere-limitare la manifestazione dell’autonomia sociale, per ricondurla al controllo dei due sistemi di potere dominanti, quello politico e quello economico». Nell’epoca del “pensiero unico” neoliberista, i tagli economici alla spesa sociale da una parte, lo svuotamento dei sistemi di rappresentanza dall’altra hanno ridotto il ruolo attivo dei cittadini a surrogato dell’impegno dello Stato nelle sue varie manifestazioni.

Ci sono anche segnali di vitalità, però: la crescente sensibilità ai temi ambientali, l’emergere di nuove forme di impegno e partecipazione. Si afferma, secondo Frisanco, «un nuovo modo di stare nel volontariato, non più partecipativo, ma finalizzato ai risultati»; si ampliano i settori di impegno, che vedono un nuovo interesse per l’ambiente e i beni comuni; cresce la partecipazione dei singoli ad attività prosociali; emergono forme di volontariato che si rifanno, più che al paradigma della gratuità, a quello della “reciprocità”, in cui il volontario si impegna in attività di cui beneficia egli stesso (basti pensare alle nuove forme di auto-mutuo aiuto, all’esperienza di Retake, alle social street...).

Il volontariato delle reciprocità o della cittadinanza, che tende a sostituire il volontariato della militanza, è meno stabile, ma più diffuso, ed è espressione di «un impegno alla ricostruzione del Paese e delle comunità fondata sulla cura e lo sviluppo dei beni comuni, materiali e immateriali, dopo quella fondata sulla produzione ed il consumo di beni privati del dopoguerra». Parole scritte prima della pandemia, ma ancora più attuali, ora.

È possibile scaricare l’e-book (versando un contributo volontario) a questo link.

 
Giugno 2021
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