Giovani e volontariato: bello farlo, difficile coinvolgere gli amici

Il 28 settembre la presentazione di una ricerca realizzata dalla Convol con 720 studenti italiani: dopo essere stati coinvolti in esperienze di impegno sociale nelle associazioni, dovevano farsene “propagatori” tra i coetanei 

di Clara Capponi

«Credo che il volontariato sia un’opportunità straordinaria, che tutti dovrebbero cogliere perché ti porta a conoscere valori importantissimi e a confrontarti con diverse realtà... La cosa più bella è vedere come da queste piccole associazioni nascano grandi famiglie dove regnano amicizia, amore, gentilezza e uguaglianza, valori di grande esempio per tutti, soprattutto al giorno d’oggi… Il volontariato non si fa necessariamente aderendo a un’associazione, ma compiendo piccoli gesti di altruismo quotidiani: aiutare chi è in difficoltà richiede un piccolo sforzo, ma ci rende grandi».

Parole di Beatrice, 17 anni, di Cagliari, che ha partecipato al progetto GioeVo (Giovani e Volontariati), promosso dalla Convol e finanziato da Fondazione Con il Sud.

Dentro queste parole c’è tutto l’entusiasmo per l’esperienza fatta all’interno di un’associazione di volontariato e la scoperta quindi di una realtà nuova – quella associativa, appunto. E nello stesso tempo c’è la tentazione di sfuggirle subito, dicendosi e dicendo agli altri che il volontariato, comunque, si può fare anche al di fuori di essa. Il che è vero, ma detto dai giovani può essere un problema per le associazioni tradizionali, perché rivela la difficoltà a coinvolgersi in una realtà strutturata.

Come dunque coinvolgere i giovani nel volontariato, intendendo quello che si fa appunto nelle associazioni (e quindi un minimo organizzato, continuativo, con un peso “politico”)? È la domanda a cui ha cercato di rispondere il progetto GioeVo, che si è svolto in quattro regioni (Campania, Sardegna, Puglia e Sicilia), coinvolgendo 16 istituti superiori e 36 associazioni. Il progetto ha proposto un percorso in tre tappe: sono state presentate nelle classi le attività delle organizzazioni di volontariato del territorio; sono state proposte esperienze dirette nelle associazioni stesse (utilizzando il monte ore previsto dall’alternanza scuola-lavoro); infine è stato chiesto ai giovani di presentare ai compagni l’esperienza fatta, facendosene “propagatori” secondo la metodologia della peer education.

Il percorso è stato monitorato attraverso una ricerca che ha coinvolto 720 studenti. I risultati verranno presentati durante il seminario “Giovani e volontariato”, che si svolgerà sabato 28 settembre a Roma presso il Csv Lazio. Interverranno Ermes Carretta, presidente ConVol; Emma Cavallaro, responsabile Progetto GIOeVO; Emmanuele Pavolini, dell’Università di Macerata, Giovanni Battista Sgritta, professore emerito dell’Università La Sapienza di Roma, e soprattutto insegnanti, studenti e associazioni che hanno partecipato al progetto.

Secondo la ricerca gli effetti sono stati certamente positivi e a lungo termine sui giovani che hanno fatto l’esperienza nelle associazioni e che hanno potuto così vedere crescere, oltre alla propria civicness (cioè l’orientamento civico) la conoscenza del volontariato e soprattutto il coinvolgimento e l’orientamento a impegnarsi in futuro. Si dicono infatti disponibili in percentuale molto più alta dei loro compagni che non hanno fatto la stessa esperienza. L’esperienza nelle associazioni, tra l’altro, ha permesso loro di costruire anche dentro la scuola contatti e relazioni con altre persone coinvolte nel volontariato, che si sono mantenute anche alla fine dell’esperienza.

L’effetto peer è invece più sfumato: evidentemente la capacità dei ragazzi di trasmettere la propria esperienza non è stata sufficiente a cambiare gli atteggiamenti, a far venire voglia di impegnarsi. Gli aspetti positivi sono però evidenti sul piano della civicness, cresciuta anche nei loro compagni che non hanno fatto l’esperienza in associazione: e questo è importante, perché lo sviluppo di un orientamento civico positivo è comunque il presupposto perché possa poi maturare una disponibilità all’impegno.

Altri aspetti interessanti emergono dalla lettura dei “Diari di bordo”, che i ragazzi hanno compilato durante il progetto. Qui hanno dichiarano di avere acquisito competenze trasversali e di avere imparato che cosa è un'associazione, cosa significa essere volontari, cosa vuol dire sentirsi responsabili, come si devono gestire le emozioni quando si lavora con le persone fragili, e di essere gratificati dalle relazioni instaurate tra pari, con gli utenti delle associazioni e con i tutor.

In sostanza, i risultati del progetto dicono che l’esperienza diretta è il modo migliore per coinvolgersi: vivere lascia un segno molto più profondo del parlare o sentire parlare. Perché l’esperienza sia davvero significativa, però, bisognerebbe che si estendesse su un arco di tempo più lungo: le ore dell’alternanza scuola lavoro sono, in questo senso, troppo poche. Per questo, ha commentato Emma Cavallaro, «occorre costruire rapporti sistematici e continui fra scuole e organizzazioni di volontariato, per offrire percorsi più articolati. E, naturalmente, sullo sfondo resta l’impegno, da parte delle associazioni, per accogliere e formare gli studenti con cui entrano in contatto». La sua speranza è che «i giovani abbiano capito che la gratuità non è un semplice valore di riferimento fra gli altri: è invece lo strumento della credibilità del volontariato, è lo strumento del cambiamento sociale perché mette al centro la relazione tra persone e non lo scambio di prestazioni, è lo strumento di libertà del volontariato. La gratuità, il dono, il riconoscimento dell’altro non sono solo buoni sentimenti individuali, ma valori da declinare ovunque e sempre». E da quello che ha detto Beatrice, si direbbe che l’hanno capito.

Il volume con i risultati della ricerca si possono scaricare a questo link.

Sullo stesso tema

 
Novembre 2019
L M M G V S D

Social wall CSV

Torna su