Associazioni di migranti a Roma: un risorsa viva ma poco “sfruttata”

Una nuova ricerca realizzata dal Cesv Lazio e altre sigle rivela punti di forza e debolezze delle quasi 200 organizzazioni sociali della Capitale. Il 23 novembre la presentazione. Con quattro proposte alle istituzioni per facilitarne la vita e utilizzarne le competenze 

di Paola Springhetti

Le associazioni dei migranti a Roma sono una realtà vivace e un mezzo importante di partecipazione, solidarietà, dialogo interculturale. Esse mettono in campo una ricchissima offerta di attività sociali e culturali a beneficio non solo dei migranti, ma dell’intera cittadinanza. È un associazionismo che può avere un impatto costruttivo non solo per quello che fa, ma anche per l’immagine che trasmette: quella di un fenomeno migratorio che offre al territorio energie e capacità e produce capitale sociale. Una nuova ricerca che ne mette in luce le potenzialità e le fragilità sarà presentata venerdì 23 novembre 2018 a Roma durante l’evento “Vieni a conoscerci”. Una giornata di festa dove, oltre alla ricerca, verranno illustrate le proposte delle associazioni di migranti alle istituzioni e al terzo settore.

La ricerca “L’associazionismo dei migranti nell’area metropolitana di Roma” è stata realizzata nell’ambito del progetto Ipocad (finanziato dal programma dell’Ue Fami-Fondo Asilo e Migrazione e Integrazione), che vede come capofila la Regione Lazio ed è stata svolta tra luglio 2017 e marzo 2018 da un gruppo di ricercatori di Cesv-Centro di servizio per il volontariato del Lazio, Cemea del Mezzogiorno, Assomoldave, cooperativa Folias, associazione Tuscolana solidarietà. Hanno inoltre fornito il loro supporto scientifico ricercatori dell’università di Tor Vergata e di Studio Come.

Le associazioni dei migranti
Sono state mappate 197 realtà non profit, in gran parte localizzate a Roma (solo il 12 per cento ha sede nell’area metropolitana). Rispetto a censimenti precedenti, risultano irreperibili 141 associazioni: il 15 per cento ha ormai un’esperienza più che ventennale, il 50 per cento esiste da almeno 10 anni, un 14 per cento è stato invece costituito relativamente di recente. Questi dati rappresentano una realtà dinamica, perché accanto alle associazioni ormai storiche ogni anno se ne aggiungono di nuove, ma anche fragile, perché la mortalità è alta e perché, anche quando continuano ad operare, non crescono e faticano a diventare soggetti realmente rappresentativi e in grado di gestire interventi di media e grande dimensione.

Le realtà censite sono prevalentemente organizzazioni di volontariato (40 per cento). Al secondo e terzo posto ci sono le associazioni culturali (26) e quelle di promozione sociale (20). Sono state rilevate anche 6 associazioni di 2° livello, che ne raggruppano diverse altre presenti su tutto il territorio nazionale. Si tratta in genere di associazioni piccole, per il 94 per cento composte da migranti di prima generazione, anche se ce ne sono 11 composte da seconde generazioni: un fenomeno, questo, sicuramente destinato a crescere. Ben il 40 per cento è iscritto ad uno o più di uno dei registri pubblici regionali e nazionali (in questo, le associazioni sono sostenute dai Csv del Lazio).

Obiettivi e ambiti di intervento
Sinteticamente, si può dire che le motivazioni per le quali l’associazionismo dei migranti nasce e opera sono generalmente riconducibili a tre macro-obiettivi: promuovere l’inclusione sociale, promuovere l’intercultura e la conoscenza reciproca tra società di accoglienza e comunità immigrate; promuovere la cooperazione internazionale e lo sviluppo dei paesi di origine. Quindi hanno sia finalità orientate all’interno delle comunità migranti (come il mutuo aiuto e il rafforzamento dei legami comunitari), sia all’esterno delle stesse (come l’integrazione e il dialogo interculturale). Minoritaria, ma qualitativamente significativa, è la finalità della partecipazione politica, legata alle associazioni di seconde generazioni, che si battono per il riconoscimento della cittadinanza ai figli degli immigrati.

Gli ambiti di intervento principali sono comunque la promozione dei diritti e della cittadinanza (attività svolte dal 61 per cento degli enti mappati) e la tutela legale e assistenza nelle pratiche amministrative (32 per cento). Nella pratica quotidiana, questo si traduce in molteplici attività come campagne di comunicazione sui diritti, sportelli di segretariato sociale, accompagnamento e intermediazione con i servizi, servizio legale. Queste attività sono rivolte nella maggior parte a stranieri in generale, ma a volte sono invece tarate sulle esigenze di target più specifici come donne migranti, seconde generazioni, persone transessuali, e così via.

I punti deboli
Uno dei punti deboli è quello delle risorse, sia economiche che umane: è difficile reperire sedi a prezzi accessibili, coinvolgere professionalità di alto profilo (fa eccezione la figura del mediatore linguistico-culturale che è presente in molte realtà), fare raccolta fondi. In genere non partecipano a bandi e avvisi pubblici, anche perché non pensano di avere reali chance di vittoria, anche se ce ne sono alcune che fanno eccezione, e che riferiscono di avere una buona capacità di progettazione.

Un altro punto debole è il rapporto con le istituzioni e la Pubblica amministrazione, le cui logiche e il cui linguaggio sono difficilmente comprensibili, così come le procedure. Dalla ricerca emergono anche, con evidenza, i bisogni formativi, che possono essere raggruppati in alcune macro-aree: progettazione e gestione dei progetti, amministrazione e gestione economica; comunicazione esterna, promozione e fundraising; aspetti giuridici (compreso il nuovo codice del terzo settore); gestione organizzativa.

Le quattro proposte
Durante il seminario che si svolgerà all’interno dell’evento del 23 novembre, le associazioni di migranti presenteranno quattro proposte. La prima riguarda il problema delle sedi, che limita fortemente la capacità di offrire al territorio attività sociali, culturali, sportive. La proposta è che le istituzioni individuino una o più sedi da destinare a “casa delle associazioni”. Tra l’altro, la condivisione di una stessa sede consentirebbe a più realtà di avere accesso a una risorsa scarsa e favorirebbe la creazione di reti e sinergie operative.

La seconda proposta riguarda l’accesso ai finanziamenti attraverso bandi e avvisi pubblici, i quali in genere richiedono requisiti che di fatto escludono gli enti di piccola dimensione e/o di recente costituzione (come la solidità del bilancio, l’esperienza pregressa nella gestione di progetti analoghi, la capacità di cofinanziare l’intervento, l’ottenimento delle fidejussioni bancarie/assicurative, l’iscrizione ad albi e registri). La proposta emersa dalla ricerca è di costruire bandi e avvisi pubblici (per lo meno quelli sul tema dell’immigrazione) premiando le proposte di progetto che prevedono il coinvolgimento di associazioni di migranti come partner.

La terza riguarda i partenariati strategici con il terzo settore. Abbiamo accennato ai bisogni formativi: un aiuto potrebbe venire attraverso l’impegno, da parte di realtà di terzo settore più strutturate, di accompagnare la formazione d’aula con forme di tutoraggio e accompagnamento. Questo sarebbe possibile grazie alla costruzione di partenariati strategici: entrambe le parti avrebbero molto da guadagnare dalle sinergie rese possibili da queste alleanze.

La quarta riguarda la partecipazione ai processi di costruzione delle politiche pubbliche: le associazioni di migranti rivendicano un’esperienza diretta e significativa sui temi dell’inclusione sociale e dell’intercultura. La proposta è di promuovere spazi in cui possano essere consultate o – meglio ancora – partecipare a veri e propri processi di co-programmazione sui temi legati alle migrazioni.

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