Istat: il volontariato fa bene agli anziani e a chi è in difficoltà

Il 26° rapporto sulla situazione del paese fa emergere due nuovi elementi sugli effetti dell’impegno solidale: chi ha più di 70 anni è più soddisfatto della propria vita rispetto ai ventenni; e ha ricadute positive soprattutto nelle persone a rischio di marginalità 

di Stefano Trasatti

Chi vive meglio fa più volontariato. E chi fa volontariato vive meglio. La doppia relazione tra il benessere personale e lo svolgimento di attività gratuite di solidarietà era già nota agli studiosi, ma il 26° rapporto annuale dell’Istat sulla situazione del paese aggiunge due nuovi elementi: più il volontariato è svolto in età avanzata e più si è soddisfatti della propria vita; e più si è in difficoltà, più intense sono le sue ricadute positive.

Il rapporto, presentato ieri, è incentrato quest’anno sulle “reti e le relazioni sociali” e analizza in particolare la popolazione alla luce della sua presenza in reti di sostegno (formali e informali), di amicizia, di lavoro, di cultura ecc. Ed uno dei fattori che determina la “situazione” degli italiani all’interno di queste reti, il loro livello di partecipazione e perfino di ottimismo, è appunto l’appartenere o meno a quel 13,2 per cento di persone oltre i 14 anni che hanno svolto (dato 2016) un’attività gratuita negli ultimi 12 mesi.

Nel capitolo su “Associazionismo e benessere” (pag. 227-234), l’Istat riporta anzitutto gli studi in base ai quali chi si trova in condizioni migliori di vita decide di impegnarsi nel volontariato più frequentemente di chi sta in condizioni meno soddisfacenti; e riporta, da queste attività, un appagamento dei propri bisogni soggettivi e una crescita del benessere, soprattutto perché l’appartenere a gruppi e strutture associative arricchisce la “rete di relazioni interpersonali e gli scambi sociali” e soddisfa il bisogno di socialità.

Nello specifico, “la percentuale di volontari che si dichiara molto soddisfatta per le relazioni familiari è del 40,1 per cento contro il 32,7 di chi non svolge attività gratuite; analogamente per le relazioni con gli amici il miglioramento è di 10,3 punti percentuali (32,8 contro 22,5), mentre scarti rilevanti si registrano per il proprio tempo libero (20,7 contro 13,8 per cento) e anche per la salute (22,3 contro 16,8 per cento). Analizzando il giudizio per la vita nel complesso, la differenza tra i punteggi espressi dai volontari rispetto ai non volontari è netta: tra i primi oltre la metà esprime un punteggio alto (tra 8 e 10), mentre la quota è del 40 per cento tra chi non svolge attività di volontariato”.

È a questo punto che emerge come la soddisfazione per la propria vita - quando è legata all’attività associativa - cresca al crescere dell’età. Infatti, se tra i ventenni l’impegno non influisce sul grado di tale soddisfazione (che rimane sul 55 per cento in entrambi i casi), lo scarto nel benessere percepito tra chi fa o non fa volontariato arriva a quasi il 21 per cento tra gli ultrasettantenni: 56 contro 35 per cento. L’Istat sottolinea come il fatto di attribuire un valore crescente all’associazionismo con l’avanzare dell’età sia confermato da diversi studi, secondo cui l’impegno a favore degli altri è in grado di contrastare la percezione di solitudine, riduce i sintomi depressivi, migliora le prestazioni cognitive e incrementi il benessere mentale. In altre parole, impegnarsi nel volontariato promuove quello che viene definito “invecchiamento attivo”, contribuendo a “migliorare la qualità della vita una volta che vengano a mancare dimensioni importanti della propria identità, come il ruolo genitoriale (indipendenza dei figli) o quello professionale (pensionamento)”.

Dal rapporto emerge infine un ulteriore aspetto delle proprietà “benefiche” del volontariato, il quale tra l’altro viene posto da tutta la popolazione italiana in testa alle attività più “piacevoli” della giornata (battendo anche il tempo libero in una classifica in cui agli ultimi posti vi sono lo studio e il lavoro…). Da una parte si conferma come tra i fattori che più incidono sulla partecipazione ad associazioni vi siano il titolo di studio (il 5,1 per cento di chi ha una licenza elementare o nessun titolo svolge attività gratuite, contro il 23,3 per cento dei laureati), l’essere già coinvolti in altri contesti di socializzazione, come la scuola o l’ambiente di lavoro, e il reddito personale o familiare. Dall’altra l’Istat fa però notare che gli effetti maggiori dello svolgere attività solidali siano dichiarati soprattutto “dalle persone con risorse economiche scarse o insufficienti, dalle casalinghe, dalle persone in cerca di lavoro o con un basso titolo di studio, confermando come fare volontariato abbia ricadute positive soprattutto nelle persone a rischio di marginalità”.

 Foto di Fabio Marchesin, progetto Fiaf - CSVnet "Tanti per tutti. Viaggio nel volontariato italiano"

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