Volontari in burnout: la frustrazione di sentirsi incapaci di aiutare

Si intitola “Keep calm” il corso del Csv di Reggio Calabria dedicato in particolare ai volontari impegnati con malati gravi o cronici. Un disagio che discende dalla “idealizzazione del servizio”, e che può portare a negare la propria fallibilità 

di Anna Rossi

“Keep calm - Come superare il burnout”. È il titolo del corso di formazione che si svolgerà il 12 e il 19 aprile a Reggio Calabria presso il Centro di servizio per il volontariato dei Due Mari.

Il corso è pensato specificatamente per quei volontari che esplicano il loro servizio nella relazione di aiuto e, in particolare, in ambito ospedaliero. Il confronto quotidiano con il disagio, la malattia e la sofferenza è infatti un importante fattore di rischio rispetto all’insorgenza di una condizione di stress emotivo che, se non riconosciuto in tempo e opportunamente elaborato, può ripercuotersi negativamente sull’equilibrio psicofisico della persona, sulla qualità del servizio reso, oltre che sulla “salute” dell’associazione stessa.

Sono ormai passati decenni da quando il termine burnout, la cui traduzione letterale è “bruciato”, ha cominciato a essere utilizzato per descrivere quella condizione di esaurimento emotivo, comportamentale, cognitivo e anche somatico di coloro i quali, per professione, si trovano quotidianamente a contatto con persone che vivono stati di intenso disagio.

È per questo motivo che quando si parla di burnout il pensiero va subito a professionisti quali, ad esempio, medici, infermieri e psicologi. La domanda che il Csv si è posto è se il rischio burnout vada considerato alieno dai volontari impegnati quotidianamente in queste aree. E la risposta è no. Se è vero che alcune variabili connesse all’insorgenza del burnout, come l’inadeguatezza della retribuzione, l’alta responsabilità professionale o ancora i carichi di lavoro, non sono ascrivibili all’esperienza volontaria, è anche vero che altri fattori - come l’idealizzazione del servizio - la riguardano molto da vicino.

Gli stessi sentimenti di profondo altruismo, solidarietà e generosità che animano il volontario e il suo agire possono, se estremizzati, portarlo a negare i propri bisogni, a perdere di vista i propri limiti e la propria fallibilità, o ancora generare difficoltà nell’elaborare la frustrazione che da queste esperienze può naturalmente derivare. Basti pensare ai casi in cui i volontari si rivolgono a persone con patologie gravi o croniche, non sempre curabili e quindi guaribili, e con più o meno gravi limitazioni nell’accesso alla relazione. Da queste esperienze può derivare un forte ridimensionamento delle aspettative di “essere d’aiuto” e una frustrazione delle attese di successo. In questi casi il volontario può sentirsi impotente, inadeguato, o semplicemente in difficoltà nell’elaborazione delle emozioni negative che il contatto con l’altro “sofferente” inevitabilmente pone.

Alla luce di ciò il corso intende offrire ai volontari maggiori conoscenze rispetto ai rischi connessi all’operare nella relazione di aiuto, nonché strumenti per riconoscere, accogliere e gestire più efficacemente i vissuti emotivi ad essa associati. Spazio verrà inoltre dedicato alla gestione dell’empatia, che dovrà sempre garantire il mantenimento di quel confine sé/altro indispensabile per fornire adeguato “aiuto”.

Altro scopo è quello di creare uno spazio di appartenenza e confronto per volontari che operano in contesti simili, al fine di facilitare la condivisione di esperienze e vissuti e, attraverso questa, facilitare processi di supporto emotivo reciproco.

In copertina: foto © Paolo Ferrari e Simona Bertarelli, progetto Fiaf CSVnet "Tanti per tutti. Viaggio nel volontariato italiano".

 
Luglio 2018
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