Non profit e raccolta dei dati: i tanti ostacoli al “salto” digitale

VIDEO. Il focus di Angelo Failla, direttore di Fondazione Ibm Italia, alla recente conferenza di CSVnet. Secondo la ricerca internazionale “Leap before you lag” (salta prima che sia troppo tardi) solo un’organizzazione su tre ha acquisito la cultura necessaria 

di Eleonora Cerulli

 L’Ibm Institute for Business Value (Ibv, il centro studi Ibm sulle tendenze emergenti, innovazioni di business e casi di successo) ha intervistato 330 organizzazioni non profit di diverse dimensioni e molti esperti in 34 paesi sull’uso e l’analisi dei dati. All’indagine ha partecipato anche CSVnet, come beneficiaria del programma Ibm Impact Grant.

I risultati sono stati illustrati da Angelo Failla, direttore della Fondazione Ibm Italia durante il focus “Il mondo degli open data”, svolto all’interno del gruppo di lavoro su “i dati dei Csv” della recente conferenza 2017 di CSVnet. Il rapporto, pubblicato nell’aprile 2017, è intitolato in modo volutamente provocatorio “Leap before you lag” (salta prima che sia troppo tardi). Si riferisce al principio della rana bollita del filosofo americano Noam Chomsky: l’unica cosa che non cambia è il cambiamento; se non ci si rende conto che le cose stanno cambiando si rischia di soccombere.

Le spinte alla valorizzazione dei dati, ha sottolineato Failla, nascono da pressioni interne all’organizzazione che vuole migliorarsi ed ha necessità di prendere decisioni sulla base di informazioni attendibili, da pressioni competitive specialmente in situazioni di risorse scarse, e da pressioni dei donatori o dei finanziatori. Nel processo di trasformazione digitale in atto, gli utenti e i finanziatori hanno aspettative crescenti sulla raccolta e la condivisione delle informazioni e sono più disponibili a interagire con modalità digitali. Tutti gli stakeholders si aspettano trasparenza nelle azioni ed esigono prove quantitative dell'impatto sociale.

Dove si trovano le organizzazioni non profit nel cammino verso la trasformazione digitale? La ricerca ha fatto emergere tre tipologie di approcci: a) Ad hoc (37%), effettuano raccolta e analisi dei dati ad hoc su una richiesta specifica, che non fa parte di una strategia e non ha carattere di regolarità; b) Hind sight (sguardo indietro, 30%): effettuano raccolta di dati storici per capire cos’è successo in passato (descrittivo), analizzano i dati storici per capire le tendenze e il trend del futuro, dati però che risalgono solo al passato e spesso non sono sempre attendibili (diagnostico); c) Fore sight (sguardo avanti,33%): raccolgono dati storici per creare modelli predittivi, per valutare le probabilità di alternative future (scelte strategiche, nuove tendenze ecc.), fino ad arrivare a sistemi di autoapprendimento per individuare modelli dai dati non strutturati (intelligenza artificiale, sistemi cognitivi e apprendimento robotico in grado di immagazzinare le informazioni che noi trasmettiamo).

La maggioranza delle organizzazioni intervistate, che si trova nella fase iniziale del percorso, è rallentata da alcuni ostacoli. Esigenze di budget che causano una competizione interna sull’investire su un’area invece che su un’altra, o spinte dai donatori che chiedono di utilizzare le risorse su uno specifico scopo; difficoltà con la tecnologia rispetto a come individuare quella di cui si avrebbe bisogno, come e dove procurarsela; natura dei dati; competenze e abilità tecniche; struttura organizzativa, che influenza il tempo da dedicare a questo aspetto rispetto ad altre finalità; infine forti resistenze culturali.

L’intervento di Failla si è concluso con alcuni stimoli per iniziare o proseguire il viaggio verso la digitalizzazione. E con una domanda ai dirigenti e agli operatori dei Csv presenti al focus: siamo pronti a fare il salto? 

Guarda le slide utilizzate da Failla nel focus “Il mondo degli open data”.

 
Novembre 2017
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